Quando anche la spiritualità diventa uno strumento di potere
In questi giorni Netflix ha riportato all’attenzione internazionale una storia americana che ha profondamente colpito l’opinione pubblica.
Death of the Pastor’s Wife: il caso Mica Miller racconta la vicenda di Mica Miller, trentenne americana e moglie di John-Paul “JP” Miller, pastore della Solid Rock Church di Myrtle Beach, in South Carolina.
Il 27 aprile 2024 Mica venne trovata morta nel Lumber River State Park, in North Carolina. Le autorità stabilirono che si era tolta la vita.
Dopo la sua morte, però, emerse una storia molto più complessa. Mica aveva cercato di separarsi dal marito e aveva denunciato alla polizia episodi di molestie, riferendo di temere per la propria sicurezza. Familiari e amici hanno successivamente descritto quella che, secondo loro, era stata una relazione segnata da dinamiche di controllo e abuso emotivo e spirituale.

JP Miller ha negato le accuse di abuso e non è accusato di aver provocato la morte della moglie. È coinvolto in un distinto procedimento federale per cyberstalking e false dichiarazioni, nel quale si è dichiarato non colpevole.
La serie ricostruisce la vicenda attraverso testimonianze, messaggi, filmati e i diari di Mica.
Ma, al di là del caso specifico, dopo averla guardata rimane una domanda.
Che cosa succede quando la spiritualità, invece di avvicinarci a Dio e agli altri, diventa uno strumento di potere? Perché anche la spiritualità, quando passa attraverso le fragilità dell’essere umano, può essere distorta.
Può mescolarsi all’ego, al bisogno di essere ammirati, al desiderio di controllo, alla necessità di avere sempre ragione.
E quando questo accade in una persona con forti dinamiche narcisistiche, la religione può diventare uno strumento di manipolazione particolarmente potente.
Ma chi è il narcisista spirituale?
“Narcisista” è una parola che oggi utilizziamo con grande facilità. Il disturbo narcisistico di personalità, però, è una diagnosi clinica che spetta ai professionisti.
Qui non ci interessa diagnosticare qualcuno.
Ci interessa riconoscere una dinamica.
Una persona con forti tratti narcisistici può avere un profondo bisogno dell’ammirazione degli altri, cercare di controllare l’immagine che gli altri hanno di lei, tollerare molto male le critiche e faticare ad assumersi la responsabilità del dolore provocato.
Quando tutto questo incontra la spiritualità, può accadere qualcosa di particolarmente insidioso: il linguaggio religioso può essere utilizzato per rendere sacra la propria autorità.
La manipolazione, allora, non si presenta necessariamente dicendo:
“Devi fare quello che voglio io.”
Può dire:
“È quello che Dio vuole da te.”
Non dice:
“Non sopporto che tu mi metta in discussione.”
Può dire:
“Devi imparare a rispettare l’autorità.”
Non dice:
“Proteggi la mia reputazione.”
Può dire:
“Non dare scandalo. Non danneggiare l’opera di Dio.”
Ed è qui che la manipolazione diventa spirituale.
Perché non agisce più soltanto sulle emozioni.
Agisce sulla coscienza.
Entra nel luogo più intimo della persona e può arrivare a farle credere che opporsi a chi la controlla significhi opporsi a Dio.
Ma tutto questo è profondamente distante da Cristo
Ed è proprio qui che dobbiamo tornare al Vangelo.
Perché si può utilizzare il linguaggio di Gesù ed essere, nei comportamenti, lontanissimi da Lui.
Il narcisismo vuole essere indispensabile.
Cristo rende liberi. Il narcisismo protegge la propria immagine.
Cristo non ha paura di abbassarsi.Il narcisismo fatica a dire: “Ho sbagliato”.
Il cristianesimo, invece, comincia proprio da una parola che all’ego costa moltissimo: pentimento.
E poi c’è forse una delle immagini più potenti del Vangelo. Gesù, sapendo chi è, prende un asciugamano, se lo cinge intorno alla vita, si inginocchia e lava i piedi ai suoi discepoli. Questa è l’autorità secondo Cristo.Non qualcuno che utilizza Dio per mettere gli altri sotto di sé.Ma qualcuno che, proprio perché ha ricevuto autorità, sceglie di abbassarsi per servire.
Come riconoscere la manipolazione spirituale?
Gesù ci lascia un criterio estremamente concreto: “Dai loro frutti li riconoscerete.”
Non dalle parole.
Non dal carisma.
Non dalla capacità di citare la Bibbia.
Non dall’emozione che riescono a suscitare.
Dai frutti.
E allora osserviamo.
Una persona spiritualmente sana può essere contraddetta?
Sa chiedere perdono?
Accetta di rendere conto delle proprie azioni?
Rispetta un “no”?
Sa ascoltare anche quando ciò che ascolta mette in discussione la sua posizione?
È capace di gioire quando gli altri crescono e diventano autonomi, oppure ha bisogno che continuino a dipendere da lei?
E forse c’è una domanda ancora più semplice:
le persone che le stanno vicino diventano più libere o più impaurite?
Questa domanda conta. Perché Cristo non ha bisogno di spezzare la tua volontà per guidarti.
Non tutto ciò che parla di Dio viene da Dio
Forse questo è uno degli avvertimenti più importanti.
La fede autentica non pretende obbedienza cieca a un essere umano.
Non utilizza il senso di colpa per ottenere amore.
Non trasforma ogni domanda in ribellione.
Non utilizza il perdono per impedire a qualcuno di mettere dei confini.
Non pretende di sostituirsi alla coscienza dell’altro.
E soprattutto non ha bisogno della paura per mantenere una relazione.
Forse, arrivato fin qui, non stai più pensando soltanto a Mica Miller.
Forse stai pensando a qualcuno che conosci. A una relazione. A una comunità. A un leader.
Forse persino a qualcosa che hai vissuto personalmente.
Non hai bisogno di stabilire oggi se quella persona sia o meno “un narcisista”.
Guarda i frutti.
Se hai paura di dire no, se vieni continuamente colpevolizzato, se la tua fede viene utilizzata contro di te, se qualcuno pretende di sapere cosa Dio vuole per te meglio di te, se ogni tentativo di mettere un confine viene trasformato nella prova che sei tu il problema, non ignorarlo.
Parlane con qualcuno di affidabile.
Cerca un confronto al di fuori della dinamica di controllo e, quando necessario, anche un aiuto competente.
E ricordati soprattutto questo:
mettere un confine non significa smettere di amare.
Perdonare non significa permettere che il male continui.
Chiedere aiuto non significa avere poca fede.
E allontanarti da qualcuno che utilizza Dio per controllarti non significa allontanarti da Dio.
A volte, anzi, il cammino di guarigione comincia proprio quando riusciamo finalmente a separare la voce di chi ci ha manipolati dalla voce di Dio.

Come uscirne? Torna a Cristo
Non alla caricatura che qualcuno può averti mostrato di Lui.
A Cristo.
A Colui che si inginocchia.
Che serve.
Che dice la verità.
Che restituisce dignità.
Che non ha bisogno di controllare per essere seguito.
Che non spegne la voce delle persone, ma le chiama per nome.
Gesù ha detto:
“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.”
Forse è proprio questa la parola con cui dovremmo uscire anche da una storia dolorosa come quella raccontata da Netflix.
Non paura.
Non sospetto.
Discernimento.
Perché parlare di narcisismo spirituale non dovrebbe portarci a vedere narcisisti ovunque.
Dovrebbe insegnarci qualcosa di molto più importante: a riconoscere la differenza tra autorità e controllo, tra guida e manipolazione, tra sacrificio e annullamento di sé, tra il senso di colpa che imprigiona e una coscienza che liberamente risponde a Dio.
La spiritualità può essere manipolata dall’essere umano. Cristo no.
E se qualcuno ha utilizzato il Suo nome per controllarti, ferirti o farti sentire prigioniero, non lasciare che quella persona ti porti via anche Lui.