Ho incontrato Nick Vujicic a Dallas. Ora EUN lo porterà in Italia

Ci sono incontri che organizziamo e altri che, mentre accadono, ci fanno pensare che Dio li avesse organizzati già da tempo. Per me l’incontro con Nick Vujicic a Dallas è stato proprio uno di questi.

Sono stata in Texas con la mia famiglia per una ventina di giorni. È stato sicuramente un viaggio familiare e personale, ma ho voluto che fosse anche un tempo per conoscere persone, creare relazioni e aprire nuove connessioni per EUN. In fondo è proprio questo quello che vogliamo fare sempre di più: costruire ponti. Prima di tutto in Italia, tra le diverse realtà cristiane, ma anche tra l’Italia e quello che accade fuori dai nostri confini.

Con Nick c’erano già stati dei rapporti in passato attraverso il presidente di EUN e proprio da questi contatti è nata la possibilità di incontrarci.

Ricordo benissimo quel giorno. Dovevamo vederci in un ristorante che si trovava praticamente sotto il mio hotel. Sono scesa e ho trovato Nick da solo che mi aspettava. Appena l’ho visto mi sono avvicinata e l’ho abbracciato. Non so neanche spiegare bene perché sia stato così naturale, ma è stato come incontrare una persona che conoscevo già.

Anche da parte sua ho sentito subito un affetto e una sintonia particolari. Non c’è stato quel momento iniziale in cui devi rompere il ghiaccio o capire chi hai davanti. Ci siamo semplicemente incontrati. E credo che ci siano cose che soltanto l’amore di Dio riesce a creare tra le persone.

Nick aveva prenotato un tavolo per tutti noi e ci siamo seduti insieme alla mia famiglia. Durante il pranzo ci ha raggiunti anche Ethan, che lo assiste nelle sue necessità. Ma quello che mi è rimasto più impresso è stata proprio la semplicità della nostra conversazione.

Io e Nick abbiamo parlato tanto. Ci siamo raccontati, abbiamo parlato delle nostre famiglie, della fede, di quello che facciamo e soprattutto di quello che sentiamo Dio ci stia chiamando a fare.

E la cosa bella è che, dopo pochi minuti, non avevo più davanti “Nick Vujicic”, il personaggio conosciuto in tutto il mondo. Avevo davanti semplicemente Nick.

La sua storia credo che molti la conoscano. È nato in Australia nel 1982 senza braccia e senza gambe e ha attraversato nella sua vita prove che per la maggior parte di noi sono persino difficili da immaginare. Eppure quella stessa vita è diventata una testimonianza che oggi raggiunge persone in tutto il mondo.

Nick ha parlato in 78 Paesi e su circa 3.500 palchi. È uno speaker internazionale, autore, imprenditore, marito e padre di quattro figli. Ma quello che ho incontrato io a Dallas è soprattutto un uomo che ama profondamente Dio e che ha deciso di mettere la propria storia, comprese le parti più dolorose, al Suo servizio.

Ed è questo che mi ha colpita più di tutto.

A un certo punto della nostra conversazione Nick si è anche commosso raccontandomi una cosa che non conoscevo. Mi ha detto che tanti anni fa una sua zia gli aveva parlato proprio dell’Italia e gli aveva chiesto di prestare attenzione al nostro Paese.

Quando me l’ha raccontato ho pensato ancora di più che forse quell’incontro non stava iniziando quel giorno.

Forse c’erano cose che Dio aveva cominciato a preparare molto prima che noi potessimo immaginarle.

Da lì abbiamo iniziato a parlare dell’Italia e della possibilità di fare qualcosa insieme. Ed è nato il desiderio di poter avere Nick nel nostro Paese, perché possa raccontare la sua storia e soprattutto raccontare quello che Dio ha fatto nella sua vita.

Credo che oggi l’Italia abbia un grande bisogno di ascoltare testimonianze di speranza. Non una speranza teorica, fatta di belle parole, ma quella di chi ha attraversato realmente il dolore e può dire che quel dolore non ha avuto l’ultima parola.

Quando guardi Nick, sua moglie e i loro quattro figli, credo sia impossibile non pensare a quanto Dio possa sorprendere la vita di una persona.

Questo non significa che per Nick tutto sia diventato semplice. Le difficoltà esistono ancora e fanno parte della sua quotidianità. Ma forse è proprio per questo che la sua testimonianza ha una forza così grande: perché non racconta una vita perfetta, racconta una vita affidata a Dio.

Quando sono tornata in camera dopo quel pranzo ho ripensato molto a quello che era successo.

E mi ha fatto sorridere anche la semplicità di tutto.

Ero partita con la mia famiglia per il Texas. Qualcuno, anni prima, aveva costruito una relazione. Nick aveva prenotato un tavolo in un ristorante sotto il mio hotel. Io sono scesa, l’ho trovato lì ad aspettarmi e ci siamo abbracciati come se ci conoscessimo da tempo.

Poi ci siamo seduti e abbiamo cominciato a parlare.

Tutto qui.

Eppure da una cosa così semplice potrebbe nascere qualcosa di molto bello per l’Italia.

Non voglio anticipare quello che ancora deve accadere. Ci sono cose che hanno bisogno del loro tempo e che vanno costruite passo dopo passo. Però sono tornata da quel pranzo con la sensazione che fosse stato messo un primo seme.

Ed è anche questo quello che vorrei che EUN diventasse sempre di più: un ponte.

Un ponte tra persone che magari non si sarebbero mai incontrate, tra realtà cristiane diverse, tra l’Italia e altri Paesi. Un modo per portare nel nostro Paese storie e testimonianze che possano fare del bene alle persone e, allo stesso tempo, per raccontare fuori dall’Italia quello che Dio sta facendo anche qui.

Di quel giorno, però, prima di qualsiasi progetto, mi rimane soprattutto l’incontro umano.

Sono andata a incontrare uno degli speaker cristiani più conosciuti al mondo e mi sono ritrovata a pranzo con una persona con la quale mi sembrava di parlare da sempre.

E forse è proprio questa la cosa più bella che porto con me da Dallas: la conferma che alcune relazioni non abbiamo bisogno di forzarle.

Quando Dio vuole far incontrare due strade, sa farlo molto meglio di noi.

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