Conoscere Dio personalmente: la sfida di Junia Hayashi alla nuova generazione

Intervista a Junia Hayashi
Domande proposte
1. Intimità con Dio
Oggi molte persone confondono l’emozione con la presenza di Dio. Come può una persona costruire una vera intimità con Lui quando non sente assolutamente nulla?
La nostra fede non può basarsi sulle emozioni. Deve essere fondata sulla Parola di Dio (cfr. Romani 10:17). Naturalmente Dio può toccare le nostre emozioni, ma la Sua presenza non è definita da ciò che proviamo, bensì da ciò che sappiamo di Lui.
Credo che la maturità si riveli nella costanza.
Continuerò a pregare anche quando non sento nulla? Continuerò a leggere la Bibbia quando il cielo sembra silenzioso? Continuerò a cercarLo quando non provo alcuna risposta emotiva?
Forse è proprio qui che impariamo cosa significhi davvero rimanere in Lui (cfr. Giovanni 15:4-5).
A volte la domanda non è se Dio sia in silenzio, ma se la nostra vita sia diventata troppo rumorosa per riuscire ad ascoltarLo.
Dobbiamo fare spazio per Lui: nella Parola, nella preghiera, attraverso il digiuno e l’adorazione, e nel nostro luogo segreto con Lui.
E credo che, a volte, abbiamo insegnato alle persone a inseguire le esperienze invece di costruire una storia con Dio.
Ma Dio non è una sensazione da inseguire. È una Persona da conoscere.
Perciò leggi la Parola quando senti qualcosa e quando non senti nulla. Prega quando Lo senti vicino e quando sembra lontano. Adora quando percepisci la Sua presenza e quando non la percepisci, perché Lui ne è degno.
C’è qualcosa di molto potente nel dire:
«Dio, oggi non Ti sento, ma so chi sei. E sono ancora qui».
Anche questa è intimità.
2. Dopo le conferenze
Migliaia di persone partecipano alle vostre conferenze. Come misurate il vero successo di un evento? Che tipo di frutto cercate nei mesi successivi?
Per grazia di Dio continuiamo a vedere sempre più persone partecipare.
Dunamis è iniziato 18 anni fa con circa 30 persone in una stanza, mentre oggi riuniamo migliaia di persone. Ma, sinceramente, che ci siano 30 persone o 20.000, il criterio rimane lo stesso.
La vera domanda è: cosa succede dopo l’evento?
Le persone si sono risvegliate spiritualmente? Hanno iniziato a vivere con maggiore intenzionalità per stabilire il Regno di Dio? Stanno diventando discepoli capaci di trasformare concretamente i luoghi nei quali Dio li ha posti?
Gesù ha detto che riconosciamo un albero dai suoi frutti (cfr. Matteo 7:16-20), quindi per noi il frutto conta molto più del numero di persone presenti in una sala.
E a volte possiamo vedere questo frutto in modi molto concreti: persone che decidono di adottare un bambino, che iniziano dei piani di lettura della Bibbia, che creano piccoli gruppi nelle scuole e nelle università, che fanno domanda per scuole di ministero o missionarie, che servono nelle loro chiese locali e che iniziano ad assumersi la responsabilità delle persone che hanno intorno.
Naturalmente non riusciremo mai a misurare ogni storia o ogni vita che è stata toccata.
Ma crediamo nel potere di un seme.
La nostra responsabilità è seminare fedelmente, confidando che sia Dio a far crescere (cfr. 1 Corinzi 3:6-7).
Quindi, per noi, il successo non consiste semplicemente nell’avere una sala piena.
Significa vedere persone trasformate uscire da un evento e diventare agenti del Regno ovunque vadano.
3. Discernimento spirituale
Viviamo in un tempo in cui molte persone dicono: «Dio mi ha detto…». Come possiamo distinguere la vera guida dello Spirito Santo dai nostri desideri personali?
Credo che dovremmo essere molto più prudenti nel dire: «Dio mi ha detto».
Dio ci parla davvero, ed è qualcosa di meraviglioso. Ma a volte desideriamo qualcosa così intensamente da attribuire il nome di Dio a un nostro desiderio.
Ed è per questo che il discernimento è fondamentale.
Il primo criterio è sempre la Scrittura.
Dio non contraddirà mai la Sua stessa Parola. Quindi, quando credo di aver ricevuto qualcosa da Lui, devo chiedermi: è coerente con la Bibbia? Contraddice qualche principio biblico?
Dio non contraddice Sé stesso. Parla sempre in accordo con ciò che Egli è e con ciò che ha già rivelato nella Sua Parola (cfr. 2 Timoteo 3:16-17).
La seconda cosa è permettere allo Spirito Santo di scrutare il nostro cuore.
La Bibbia dice che il cuore umano può essere ingannevole (cfr. Geremia 17:9), quindi nessuno di noi è immune dalla possibilità di sbagliarsi.
Dobbiamo pregare come pregava Davide:
«Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore» (cfr. Salmo 139:23-24).
La preghiera e il digiuno sono molto importanti in questo processo, perché ci aiutano a mettere a tacere la nostra carne e a discernere ciò che proviene realmente dallo Spirito (cfr. Galati 5:17).
La terza cosa è la comunità.
Dovremmo sottoporre ciò che crediamo di aver ricevuto a persone sagge e mature.
La Scrittura ci insegna che nella moltitudine dei consiglieri c’è sicurezza (cfr. Proverbi 11:14) e che persino le parole profetiche devono essere esaminate (cfr. 1 Tessalonicesi 5:20-21).
In sintesi, il discernimento si presenta così:
È in accordo con la Scrittura? Ho permesso a Dio di esaminare le mie motivazioni? Persone mature e degne di fiducia possono confermarlo?
Queste cose ci proteggono dal chiamare semplicemente la nostra volontà «la voce di Dio».
4. Donna, moglie e pastore
Sei una donna che predica davanti a migliaia di persone, ma sei anche moglie e madre. Come riesci a trovare un equilibrio tra leadership e vita familiare?
Dico sempre che il mio primo ministero è servire mio marito, costruire la nostra casa e discepolare i quattro figli che Dio ci ha affidato (cfr. Deuteronomio 6:6-7).
E parte della mia missione consiste anche nel sostenere la visione che Dio ha dato a mio marito.
Affinché lui possa compiere ciò a cui Dio lo ha chiamato, anch’io devo svolgere fedelmente la mia parte.
Allo stesso tempo, però, Dio ha chiamato anche me a predicare, guidare e servire la Chiesa.
Da fuori può sembrare davvero tanto. E sì, porto molte responsabilità.
Ma non cerco di fare tutto contemporaneamente. Cerco di fare ciò che Dio mi ha chiesto di fare.
Credo davvero che abbiamo abbastanza tempo per compiere la volontà di Dio per la nostra vita.
Il problema è che spesso cerchiamo di compiere contemporaneamente la volontà di Dio, le aspettative delle persone e le aspettative della società.
Per me, quindi, equilibrio non significa fare tutto perfettamente.
Equilibrio significa sapere ciò che Dio ti ha chiesto a fare e avere il coraggio di dire «no» a tutto il resto.
Ogni «sì» ha un costo.
Per questo dico molti «no», per proteggere le cose alle quali Dio mi ha realmente chiamata a dire «sì» (cfr. Efesini 5:15-17).
5. Sottomissione e dignità
Molte donne hanno difficoltà con il concetto biblico di sottomissione. Come spiegheresti la differenza tra la sottomissione biblica e una relazione fondata sul controllo o sull’abuso?
Credo che la prima cosa da comprendere sia che la Bibbia non è contro le donne.
Il progetto di Dio è finalizzato alla piena realizzazione dell’essere umano.
Nella Genesi, la donna viene definita ezer, un aiuto (cfr. Genesi 2:18).
Ed è una parola molto forte, perché ezer viene utilizzato nella Scrittura anche per descrivere Dio come Colui che aiuta il Suo popolo (cfr. Salmo 121:1-2).
Quindi la sottomissione biblica non riguarda l’inferiorità.
Non significa neppure che una donna debba diventare più piccola, silenziosa o priva di potere.
La sottomissione riguarda ordine, fiducia e una missione condivisa sotto Dio.
La Scrittura invita le mogli a rispettare i loro mariti, ma allo stesso tempo stabilisce per i mariti uno standard incredibilmente elevato: amare le proprie mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato Sé stesso per lei (cfr. Efesini 5:22-25).
E qui dobbiamo essere molto chiari: controllo e abuso non sono leadership biblica.
Un uomo violento o controllante non si sta comportando come Cristo.
La sottomissione biblica non significa mai sottomettersi al peccato, accettare la violenza, vivere nella paura o rimanere in silenzio davanti a un abuso.
Non dovremmo rifiutare il progetto di Dio perché alcune persone lo hanno distorto.
È la distorsione a essere sbagliata, non il progetto.
La sottomissione biblica è qualcosa di bello quando una donna sottomessa a Cristo cammina accanto a un uomo anch’egli sottomesso a Cristo: un uomo che guida servendo, sacrificandosi, proteggendo e amando.
Quindi la sottomissione non è dominio.
E non è controllo.
Sono due persone sotto la signoria di Gesù che vivono l’ordine di Dio attraverso amore, onore e responsabilità.
6. Brasile e Italia
Il Brasile sta attraversando una stagione di notevole crescita evangelica. Secondo te, quale dono potrebbe offrire oggi la Chiesa brasiliana alla Chiesa italiana?
Stiamo realmente assistendo a una significativa crescita evangelica in Brasile.
Negli anni Ottanta gli evangelici rappresentavano soltanto una piccola percentuale della popolazione, mentre oggi quel numero si aggira intorno al 30%, con una forte presenza pentecostale.
Per noi è stato un privilegio assistere a ciò che lo Spirito Santo sta facendo in tutta la nazione.
Ma comprendiamo anche che il risveglio porta sempre con sé una responsabilità.
Il Grande Mandato non consiste soltanto nell’essere ripieni dello Spirito. Significa essere ripieni dello Spirito e poi andare: predicare il Vangelo e fare discepoli in ogni nazione (cfr. Matteo 28:19-20; Atti 1:8).
Il Brasile ha ricevuto moltissimo da altre nazioni.
L’Europa e il Nord America hanno inviato missionari, insegnanti, teologia e risorse che hanno contribuito a formare la Chiesa brasiliana.
E l’Italia, in modo molto particolare, ha influenzato profondamente la nostra nazione attraverso i milioni di italiani e i loro discendenti che sono diventati parte della storia e della cultura brasiliana.
Per questo credo che uno dei doni che la Chiesa brasiliana può offrire oggi si esprima attraverso la missione.
Vogliamo restituire ciò che abbiamo ricevuto.
Vogliamo portare ciò che Dio sta facendo in mezzo a noi — il fuoco, la fame della Sua presenza, una fede audace e persone potenziate dallo Spirito Santo — alle nazioni che un tempo hanno investito così tanto in noi.
L’Italia è certamente una di queste nazioni.
Il nostro desiderio non è semplicemente quello di portare un’espressione brasiliana del cristianesimo, ma di servire la Chiesa italiana e vedere Dio risvegliare una nuova fame di Gesù, della Sua presenza e della missione che Egli ha affidato alla Sua Chiesa.
7. Il costo dell’obbedienza
C’è mai stato un momento nella tua vita in cui Dio ti ha chiesto di rinunciare a qualcosa di buono per obbedire a qualcosa di ancora migliore?
È una bellissima domanda, perché credo che la vita cristiana sia piena di momenti del genere.
Uno dei momenti più chiari nella mia vita è avvenuto dopo aver avuto un incontro reale con Gesù.
Sono cresciuta in un ambiente cristiano, ma durante gli anni dell’università ho avuto un incontro con Dio che ha cambiato completamente la direzione della mia vita.
Dopo quell’esperienza ho consegnato a Lui tutti i miei progetti.
Avevo deciso che sarei diventata missionaria nella Finestra 10/40.
Pensavo che non mi sarei mai sposata e che non avrei mai avuto figli.
Volevo dare tutto a Dio.
Così, quando ho incontrato mio marito, Teófilo, sinceramente pensavo che avrebbe potuto rappresentare una distrazione rispetto alla mia chiamata.
Ma Dio iniziò a mostrarmi che il matrimonio e i figli facevano in realtà parte del Suo piano per la mia vita.
E io ho resistito.
Ricordo quasi di aver discusso con Lui:
«Ma Dio, io voglio essere una missionaria. Voglio dare tutta la mia vita a Te».
E la Sua risposta fu, in un certo senso:
«Lo farai, ma non nel modo in cui lo avevi immaginato».
Così ho dovuto arrendere nuovamente il mio sogno.
Non perché fosse un sogno sbagliato, ma perché l’obbedienza era migliore del rimanere aggrappata alla mia personale idea di obbedienza (cfr. 1 Samuele 15:22).
Oggi, quando guardo mio marito, i miei figli e tutto ciò che Dio ci ha permesso di costruire insieme, riesco a vedere che i Suoi piani erano migliori dei miei.
A volte arrendersi significa rinunciare a qualcosa di peccaminoso.
Ma altre volte significa deporre qualcosa di buono perché Dio ti sta conducendo verso qualcosa che Lui ha preparato.
E ho imparato questo:
l’obbedienza può costarti qualcosa, ma puoi affidare a Dio anche quel costo.
8. Maternità
Qual è la lezione più importante che i tuoi figli ti hanno insegnato riguardo a Dio?
La maternità probabilmente mi ha insegnato sul cuore paterno di Dio più di quasi qualsiasi altra cosa.
E sicuramente ha anche messo molto più in luce me stessa.
Puoi predicare un messaggio incredibile sulla pazienza e poi tornare a casa da quattro figli che hanno bisogno di quattro cose diverse esattamente nello stesso momento.
Improvvisamente la tua teologia viene messa alla prova.
La maternità mi ha insegnato che l’amore è incredibilmente pratico.
L’amore pulisce.
L’amore ripete le stesse cose.
L’amore si sveglia durante la notte.
L’amore corregge.
L’amore perdona.
L’amore si presenta di nuovo il giorno dopo.
E i miei figli mi hanno aiutato a comprendere qualcosa di Dio che per me è diventato estremamente prezioso:
il Padre gioisce dei Suoi figli.
Ci sono momenti in cui i miei figli non fanno assolutamente nulla di straordinario.
Sono semplicemente i miei figli.
E io li guardo e provo questo amore travolgente.
Non hanno fatto nulla per meritarselo.
E allora penso: se io, con tutti i miei limiti, riesco ad amare così i miei figli, quanto più ci amerà il Padre?
La maternità mi ha insegnato anche la fiducia.
Ci sono molte cose che i miei figli non comprendono riguardo alle decisioni che prendo per loro.
A volte non apprezzano la mia risposta.
A volte pensano che un «no» significhi che sto impedendo loro di ricevere qualcosa di buono.
Ma io riesco a vedere ciò che loro non possono vedere.
E ci sono stati molti momenti con Dio nei quali sono stata io la bambina che chiedeva:
«Perché?».
Ancora oggi non comprendo tutto ciò che Lui fa.
Ma ho imparato che non devo comprendere il Padre per potermi fidare del Padre.
Conosco il Suo carattere.
E questo mi basta.
9. Eredità spirituale
Se potessi lasciare una sola eredità spirituale alla prossima generazione, quale sarebbe?
Se potessi lasciare una sola cosa sarebbe questa:
conoscete Dio personalmente.
Non vivete di una rivelazione presa in prestito.
Non vivete della fede dei vostri genitori.
Non vivete degli incontri con Dio vissuti dal vostro pastore.
Non costruite il vostro cristianesimo intorno a conferenze, personaggi, podcast o clip di Instagram.
Entrate nel luogo segreto e conosceteLo.
Conoscete la Sua Parola.
Imparate a riconoscere la Sua voce.
Amate la Sua presenza.
ObbediteGli quando nessuno vi sta guardando.
Perché, prima o poi, ogni generazione deve decidere se Gesù è semplicemente il Dio della generazione precedente oppure se è il proprio Dio.
Ed è ciò che desidero anche per i miei figli.
Non voglio che seguano Gesù semplicemente perché la loro madre ha predicato di Lui o perché il loro padre è un pastore.
Voglio che Lo incontrino.
Voglio che scoprano personalmente che Lui è degno.
E per la prossima generazione desidero un cristianesimo che non sia semplicemente impressionante in pubblico, ma potente nel privato.
Una generazione con convinzioni profonde.
Una generazione che conosce la Scrittura.
Una generazione che non si vergogna della santità.
Una generazione che ama profondamente le persone senza cambiare la verità pur di essere accettata da loro.
Una generazione che non ha bisogno degli applausi per obbedire.
Una generazione disposta a dire sì a Dio anche quando quel sì costa qualcosa.
E se un giorno le persone guarderanno indietro alla mia vita, non ho bisogno che ricordino a quante persone ho predicato, quante conferenze abbiamo organizzato o quanto grande sia diventato qualcosa.
Sarei profondamente soddisfatta se i miei figli e le persone che ho discepolato potessero semplicemente dire:
«Conosceva Gesù.
Amava Gesù.
Obbediva a Gesù.
E guardando la sua vita, anche noi abbiamo desiderato conoscerLo».
Questo sarebbe sufficiente.