Una sconfitta elettorale è un castigo di Dio? Gli evangelici USA si interrogano
Dopo le elezioni di metà mandato c'è chi parla di «castigo» e chi di Chiesa rimasta a casa. E per la fede che cosa significa leggere la storia?
Il giorno dopo un voto si cerca un senso. Negli Stati Uniti, dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026, alcuni leader evangelici sono andati oltre l'analisi politica: e se fosse stato Dio a parlare?
I fatti di partenza sono noti. Secondo quanto riportano diverse testate (tra cui ChurchLeaders e la rubrica di Tim Farron su Christian Today), i democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato. Gli exit poll nazionali indicano che gli evangelici bianchi sono passati da circa il 23-24% dell'elettorato al 17%. Su questi numeri EUN NEWS ha già pubblicato un'analisi. Qui ci occupiamo di altro: del dibattito che ne è nato e della domanda di fondo che solleva.
I fatti: cosa sappiamo e cosa no
Che cosa ha detto Tony Perkins. Il presidente del Family Research Council, una delle principali organizzazioni della destra cristiana americana, ha detto al Christian Post che la sconfitta «potrebbe essere un castigo su un partito diventato compiacente sulle questioni morali e di valore» (traduzione nostra). Ha aggiunto: «Non possiamo aspettarci la benedizione di Dio sulla nostra nazione quando respingiamo il suo insegnamento» (traduzione nostra).
Il bersaglio principale è la politica sull'aborto. Perkins sostiene che gli aborti sono aumentati di «oltre il 20%» (nel commento di David Brody la cifra diventa «quasi 20%») e che «Dio non onora questo» (traduzione nostra). Secondo il Christian Post, l'aumento è legato soprattutto alla pillola abortiva (mifepristone), resa più accessibile durante l'amministrazione Biden senza che quella Trump ripristinasse le restrizioni. Questa però è la ricostruzione del giornalista, non una frase di Perkins.
Che cosa non sappiamo. Le cause di una sconfitta elettorale sono sempre molteplici. Le fonti consultate citano anche il malcontento per l'economia e i prezzi, la guerra con l'Iran e il calo di popolarità del presidente. Quanto al dato del 17%, Brody stesso precisa che misura la quota di evangelici bianchi sull'elettorato e non quanti evangelici siano davvero rimasti a casa.
Le prospettive in campo
«Castigo» per un partito che ha perso la bussola. Per Perkins il problema non è anzitutto elettorale ma morale. Un partito che ha ridotto l'impegno pro-vita (secondo il Christian Post, la parola «aborto» compariva 35 volte nel programma repubblicano del 2016 e una sola volta in quello del 2024) non può contare sulla benedizione divina. È un appello ai cristiani perché non diano per scontato che un partito rappresenti i loro valori.
«La Chiesa è rimasta a casa». Nel suo commento per All Israel News, testata di orientamento dichiaratamente pro-Israele, David Brody riporta le parole di Gary Bauer (American Values): «È straziante che il voto evangelico non si sia presentato quest'anno. La Chiesa sta commettendo un suicidio politico» (traduzione nostra). Sulla stessa linea l'attivista Sean Feucht, citato da ChurchLeaders, che ha scritto: «LA CHIESA È RIMASTA A CASA!» (traduzione nostra). Qui la colpa non viene attribuita al partito ma ai credenti disimpegnati.
«Cautela sui dati». Ralph Reed (Faith & Freedom Coalition) ricorda che i repubblicani hanno comunque ottenuto l'82% del voto evangelico e aggiunge: «Siamo scettici su quel numero, ma l'affluenza nel complesso ha chiaramente favorito i democratici» (traduzione nostra). È un invito a non costruire grandi teorie su dati preliminari.
«Un voto contro Trump; la nostra speranza non è lì». Dal Regno Unito l'evangelico ed ex leader liberaldemocratico Tim Farron legge il voto anzitutto come un giudizio degli elettori sul presidente. Citando il Pew Research Center, ricorda che il gradimento di Trump tra gli evangelici bianchi è sceso dal 78% al 58%. E chiude: «La politica non è la realtà ultima. La storia di Dio è più grande e migliore dei cicli elettorali, dei partiti e delle personalità» (traduzione nostra).
Pro e contro
A favore di una lettura «spirituale». Chiedersi che cosa Dio voglia insegnare attraverso un evento impedisce di ridurre tutto a sondaggi e strategie. L'appello di Perkins ricorda anche che nessun partito è «di Dio» per definizione.
I rischi. Dire «questo è un castigo di Dio» richiede una certezza che nessuno possiede. Se la sconfitta è un castigo, la vittoria del 2024 era una benedizione? C'è poi il rischio di usare la voce di Dio per sostenere una linea politica: la teologia diventa allora un argomento di partito.
La terza via: esaminare se stessi. Tra il «Dio ci punisce» e il «Dio non c'entra» c'è uno spazio più umile: chiedersi, come credenti, dove si è riposta la propria fiducia.
Che cosa dice la Scrittura
Luca 13,1-5. Alcuni riferiscono a Gesù di Galilei uccisi da Pilato mentre offrivano sacrifici. Gesù stesso ricorda poi diciotto persone morte nel crollo della torre di Siloe. La domanda implicita è: erano più colpevoli degli altri? Gesù risponde di no e rivolge l'appello a chi ascolta: se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo (cfr. Lc 13,3.5). Gesù non nega che la storia abbia un significato. Sposta però la domanda da «chi è stato punito?» a «io come rispondo?».
Giovanni 9,1-3. Davanti a un uomo cieco dalla nascita, i discepoli chiedono chi abbia peccato, lui o i suoi genitori. Gesù rifiuta questo schema: né l'uno né gli altri, ma perché in lui si manifestino le opere di Dio (cfr. Gv 9,3). Non tutto ciò che accade è la ricompensa o la punizione di una colpa precisa.
I profeti e Daniele 2,21. È vero però che i profeti d'Israele leggevano gli eventi nazionali come richiami di Dio. In Amos 4,6-11, per esempio, carestie e calamità sono presentate come appelli che il popolo non ha ascoltato. Daniele, ringraziando Dio per avergli rivelato il sogno di Nabucodonosor, confessa che è Lui a deporre i re e a stabilirli (cfr. Dn 2,21), un versetto citato anche da Brody. C'è però una differenza decisiva. I profeti parlavano a Israele, il popolo dell'alleanza, per mandato diretto di Dio, e il loro messaggio colpiva spesso proprio i potenti e i religiosi del loro tempo, non gli avversari.
1 Pietro 4,17. L'apostolo, scrivendo a comunità cristiane provate dalla sofferenza, dice che è giunto il momento in cui il giudizio comincia dalla casa di Dio. Se c'è un giudizio da discernere, la Scrittura invita a cercarlo prima di tutto nella Chiesa, non nell'avversario.
La Bibbia incoraggia a leggere la storia con serietà, mette in guardia dal pretendere di conoscere i verdetti di Dio e lascia spazio a un discernimento umile.
Uno sguardo alla storia cristiana
Nel 410 i Visigoti saccheggiarono Roma. Molti pagani accusarono i cristiani: gli dei abbandonati si erano vendicati. Agostino d'Ippona rispose con La città di Dio, distinguendo la città terrena dalla città di Dio e rifiutando di identificare il destino di un impero con il favore o la condanna divina.
Nel 1865, alla fine della guerra civile americana, Abraham Lincoln suggerì nel suo secondo discorso inaugurale che la guerra potesse essere un giudizio su entrambe le parti, Nord e Sud, per la colpa della schiavitù. Lo fece con grande umiltà, ricordando che l'Onnipotente ha i suoi propri scopi.
Nel Novecento il monito più chiaro viene dalla Germania. Nel 1934 la Dichiarazione di Barmen, redatta in larga parte dal teologo svizzero Karl Barth, respinse l'idea che la Chiesa potesse riconoscere eventi e poteri politici come rivelazione di Dio accanto a Gesù Cristo. I «Cristiani tedeschi» avevano letto l'ascesa del nazismo come un segno divino: la storia ha mostrato quanto fosse pericoloso.
Oggi
Il dibattito riguarda anche noi, in Italia e in Svizzera, dove gli evangelici sono una minoranza. Farron osserva che negli Stati Uniti molti cristiani temono di criticare Trump per paura di essere emarginati nella propria chiesa. Quando la fede si identifica con una bandiera politica, ogni elezione diventa una questione di fede e le comunità si dividono.
Chi ha l'autorità di dire che un voto è un giudizio di Dio? Forse nessuno, se non nella forma più umile: quella di chi applica la domanda prima a se stesso.
Speranza
Dietro le parole forti di Perkins, Bauer o Feucht c'è anche la passione sincera per la vita dei più piccoli e per il proprio paese. Dietro la prudenza di Reed e di Farron c'è il desiderio di non perdere lucidità.
Il Vangelo offre a tutti una libertà preziosa. Non dobbiamo indovinare i verdetti di Dio nelle urne. Possiamo invece fare ciò che Gesù chiese a chi gli raccontava le disgrazie degli altri: guardare dentro di noi, ravvederci dove serve e tornare a Lui. Il Salmo citato da Farron lo dice con semplicità: non mettiamo la fiducia nei potenti, che non possono salvare, ma nel Signore, che rimane fedele per sempre (cfr. Sal 146,3-6).
Le elezioni passano, i partiti cambiano e Cristo resta. Non è una fuga dalla politica: è ciò che permette di impegnarsi senza paura e senza idolatria.
E tu, quando un evento pubblico ti scuote, lo leggi come un messaggio per gli altri o come una domanda rivolta a te?